ACCONTENTARSI O PUNTARE ALLA SODDISFAZIONE?

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Prendendo spunto da argomenti che emergono molte volte in sessione e che spesso sono il denominatore comune di poco successo o mediocre soddisfazione, grazie ad alcuni  spunti scientifici e di natura psicologica, metterò in evidenza alcuni dei fattori che definiscono il grado di soddisfazione dei risultati raggiunti.

La domanda a cui dare una risposta è:

Quali sono alcuni dei fattori caratterizzanti per cui alcune persone riescono nelle loro imprese, obiettivi o compiti ed altre rimangono nella mediocrità?

 

Inizio mettendo in evidenza che l’aspetto psicologico e scientifico preso in considerazione è uno di una serie, come pure il filone di pensiero è uno di una serie, questo per sottolineare che, in base al “presente soggettivo” di ogni singolo lettore potranno emergere degli spunti utili da attuare subito o dei punti di vista diversi su cui basare delle considerazioni future. Ognuno di noi ha la propria esperienza ed il proprio vissuto, dare per scontato o per vero ciò che si legge lo percepisco come un “accontentarsi”, mentre sperimentare, testare e verificare ciò che si apprende, lo percepisco come un atto evolutivo che da sempre caratterizza il genere umano. Per cui il mio invito è di sperimentare, trarne delle conclusioni e perchè no, condividerle.

Un po’ di storia

Siamo verso la fine del 1900 e più precisamente nel 1975 quando uno psicologo ungherese emigrato negli Stati Uniti d’America di nome Mihály Csíkszentmihályi per la prima volta definisce la “teoria del flusso“.
Da questa teoria emerge una relazione molto interessante tra il livello di sfida a cui il soggetto si sottopone, il suo livello di capacità e quindi la risultante che definisce in qualche modo lo stato d’animo finale.
Da questa brevissima introduzione mi permetto di scrivere che, indipendentemente dalla capacità oggettiva di un individuo, rispetto ad altri individui, quello che farà la differenza in termini di soddisfazione, quindi appagamento, sarà l’ottenimento di un risultato in un livello di sfida elevato in un contesto di lavoro in cui il soggetto metterà in campo il proprio  livello massimo di capacità.

Considerazioni

Ho voluto sottolineare “indipendentemente dalla capacità oggettiva di un individuo” perchè dal mio punto di vista, per ottenere una elevata soddisfazione e quindi appagamento, il livello di sfida e di capacità prima di essere paragonato a terzi, dovrebbe essere settato su se stessi.
Per quale motivo sostengo questo? Sostengo questa tesi per delle condizioni sociali e sociologiche che spesso ci troviamo a combattere o dalle quali ci dobbiamo difendere. Un esempio per tutti è mirare al “mito”, sia esso a livello sportivo o a livello sociale (notorietà, fisicità, benessere economico ecc).
Mirare al “mito” è un raffronto tra soggetti con livelli di sfida e livelli di capacità differenti, con condizioni ambientali, ostacoli o facilitatori differenti, per cui quale sarà il risultato finale in termini di stato d’animo? Quale potrà mai essere la percentuale di riuscita e quindi di soddisfazione se il paragone viene fatto tra soggetti che hanno degli “ambienti di lavoro” differenti? Purtroppo accade che si perde l’autostima, si offuscano gli obiettivi e si bloccano le azioni, portando il soggetto in uno stato in cui si accontenta o si annoia o peggio ancora diventa apatico, annullando la voglia di fare, reagire e quindi agire.
Quindi è sbagliato avere un punto di riferimento a cui ambire?
Facendomi aiutare da Albert Bandura metto in evidenza il lato positivo di tutto questo.
Se è vero che l’autostima di una persona rischia di essere minata, nel caso in cui il soggetto non arrivi ad avvicinarsi al proprio “mito” e che alla base del successo o soddisfazione di una persona c’è il raggiungimento degli obiettivi, come definito da Edwin Locke, come possono coesistere gli obiettivi senza rischio di intaccare l’autostima?
Bandura a questo proposito introduce la definizione di autoefficacia, che si distingue in modo netto e preciso dall’autostima, definendola come “la consapevolezza di essere capace di dominare specifiche attività, situazioni o aspetti del proprio funzionamento psicologico o sociale” che in altre parole significa, saper riconoscere in noi stessi cosa siamo in grado di fare, quindi tornando alla teoria del flusso, saper riconoscere il nostro livello di capacità e quindi di sfida.

In conclusione

Ritengo che, a supporto di Locke sia indispensabile porsi degli obiettivi per mirare alla soddisfazione, a supporto di Bandura, sia necessario lavorare sui propri obiettivi conoscendo a fondo cosa siamo in grado di fare evitando il confronto nella sfera dell’essere con soggetti terzi “miti” ed in fine, seguendo lo studio di Mihàly ed evolvendo con il ragionamento, si può supporre che un soggetto con il desiderio di raggiungere i livelli del proprio “mito”, che focalizza la sua attenzione sulla sfera del suo “saper fare” e punta a livelli di sfida personale e soggettiva elevati, innescherà un processo virtuoso in cui ad ogni obiettivo soggettivo raggiunto sarà appagato dalla soddisfazione, che darà nuova energia supportata dall’esperienza maturata facendo crescere il livello del “saper fare” che darà modo al soggetto di aumentare gradualmente il proprio livello di sfida. Questo ciclo virtuoso se proiettato nel futuro potrebbe dare come risultato finale il raggiungimento del livello del “mito”.

E nel caso in cui con questo approccio e metodo di lavoro non venisse raggiunto il livello del “mito”? Come sarà lo stato d’animo del soggetto, considerando che ad ogni passaggio di crescita ha ugualmente raccolto soddisfazioni?

 

Lascio a te le risposte ed eventuali commenti



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Questo post ha 1 commento

  1. Massimo Bustreo on settembre 27, 2018 at 10:30 Rispondi

    Interessante panoramica Denis.
    Leggendo di soddisfazione e miti mi viene in mente il «mito della mano calda» di cui scrissero Tom Gilovich, Robert Vallon e Amos Tversky nel 1985. Come molti giocatori di basket sanno, lo stato di flusso che riempie il corpo del tiratore che si sta apprestando a lanciare la palla a canestro pervade tutto il corpo, dai piedi all’estremità delle dita che spingono la palla. Il canestro è lì, il tuo obiettivo di centrarlo, pulito, senza toccare né tabellone né ferro. E gli avversari che si frappongono tra te e il tuo obiettivo sono delle interferenze che aumentano la tua energia di superarle e di farcela. Come sono un supporto i compagni di squadra che ti sostengono. E i centri fatti si sommano e continuano: tre, quattro, cinque e sei e ancora. Così i compagni di squadra, i tifosi, il Coach si aspettano che anche il prossimo tiro vada a canestro. Gli avversari lo temono ogni volta che sia avvicina a canestro. E anche lui, il tiratore dalla «mano calda», si aspetta di non fallire il prossimo tiro e le scelte che prende sono influenzata da questa convinzione.
    L’assunto che sta alla base di questo modello di pensiero e che è rimasto confermato tra il 1985 e gli inizi del 2000 è che la scelta della tipologia di tiro da parte del giocatore non dipendesse dalla percezione che il giocatore stesso ha della propria «mano calda».
    Gilovich, Vallon e Tversky cercarono una correlazione positiva tra il numero dei tiri andati a segno e la scelta del tipo di tiro di successo da parte del giocatore, ma senza trovarla: «ogni giocatore ha un repertorio di tiri che variano in base alla difficoltà della situazione di gioco – per esempio la distanza dal canestro o il pressing della difesa – e ogni tiro viene selezionato casualmente dal repertorio individuale» (Gilovich, Vallone & Tversky, 1985)»
    In seguito, più recenti studi di Bocskocsky, Ezekowitz & Stein (2010) hanno invece contraddetto tale conclusione, dimostrando come i giocatori che “sentono” di avere la «mano calda» in base ai successi inanellati, non si accontentano di giocare bene ma si assumono più rischi (ovvero maggior sfida con sé stessi) nel tirare da distanze significativamente più lontane o a fare tiri più difficili o a fronte di una difesa più marcata o di assumersi la responsabilità di affettuare più tiri per la propria squadra. Tali risultati da un lato invalidano l’assunto d’indipendenza o casualità nella selezione del colpo e confermano come la consapevolezza (più o meno razionale del “sentire” di avere «the Hot Hand») dei successi raggiunti e della disponibilità delle proprie risorse possa diventare una spinta motivazionale a miglioramento, alla sfida consapevole e alla ricerca di comportamenti che aumentino la soddisfazione e non si accontentino di applicare strategie e tecniche di gioco (o di vita, fuori dal campo da basket) che seppur opportune non garantiscono un migliore e più auspicabile benessere. Anche a costo di smentire uno dei “miti” dello sport!

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