Coaching: azione e mobilità mentale

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Fin dalle prime giornate del mio Corso iniziale per diventare Coach, ho realizzato che mi stavo facendo il miglior regalo della mia vita. Iniziavo, infatti, una professione che mi entusiasma, in cui puntare all’eccellenza e dove, attraverso tanti piccoli passi, si possono raggiungere grandissimi risultati.

Una professione in cui non è importante apparire ma, soprattutto, saper dare.

Fare Coaching è come salire su una giostra in movimento; è impossibile assumerne il controllo, ma ci si può muovere sulla piattaforma insieme al Coachee e fare di volta in volta le scelte migliori, per raggiungere quegli obiettivi che solo lui conosce, spostandosi di elemento in elemento, secondo un percorso da identificare insieme, tenendo conto dei vincoli e delle opportunità che tutto ciò che si trova sulla giostra ci presenta e ci permette di utilizzare.

Con il Coaching ho scoperto la forza della domanda, la potenza del silenzio e l’emozione di mettersi a fianco del Coachee e non in cattedra, pronto a far riflettere, ma anche a riflettere, ad ascoltare, ma anche ad ascoltarsi, a far scoprire, ma anche a scoprirsi.

E ho compreso che non è necessario mettersi in cattedra neppure in azienda. Il Coach non impone soluzioni, stimola il gruppo a evolvere in linea con il percorso aziendale, ma accompagnando ciascuno in una vera e propria evoluzione personale. Anche nel Business Coaching si tratta di accogliere, ascoltare, modulare, cogliere gli spunti e ottenere il contributo di tutti, calandosi nella scena senza pregiudizi né interpretazioni, permettendo all’individuo di sviluppare una conoscenza che è già dentro di sé.

Ho capito che per essere Coach devo agire come affermo di essere. Non posso ingannare me stessa: nel mio profondo so cosa sono, e come agisco lo dimostra. Se non sapessi cosa sono, come potrei pretendere che in sessione non vengano a galla le mie interferenze interne, le mie emozioni e le mie convinzioni? Se mi facessi trascinare dalle emozioni del Coachee, perché in parte sono anche le mie, non sarei più un Coach; se suggerissi cosa fare, darei delle nozioni che entrerebbero dall’esterno invece di scaturire dal Coachee, così diventerebbe difficile portarlo all’azione: il Coach accompagna, ma se non c’è movimento…

A cosa servirebbe vantarmi di avere una Ferrari, se poi non la sapessi guidare? Se non riuscissi a metterla in moto e, soprattutto, a tenerla in moto? La mia autostima comincerebbe a intaccarsi, l’insicurezza a crescere, e il mio Coachee nel frattempo che fine farebbe?

Ognuno possiede il proprio libero arbitrio e se non scatta un click interiore, si può decidere di cambiare, prometterlo, esserne convinti, persino giurarlo ma, piano piano l’entusiasmo scema e si torna nel proprio circolo vizioso. Il Coach non può permettersi di credere alle parole, deve vedere i fatti. E quel click, che viene soltanto da un meccanismo interno, che un Coach può andare a oliare, è il vero artefice del cambiamento, nessun altro.

Nel Business Coaching, quando necessario, si possono anche fornire pillole di formazione per migliorare la sfera del sapere, ma solo dopo che quel click interno ha permesso di far spazio a nuove informazioni, che a quel punto rimarranno  memorizzate e non solo ascoltate, magari considerate una perdita di tempo e un attimo dopo dimenticate.

Questo è il percorso lungo cui mi sto muovendo, cercando di far coincidere la mia mobilità esterna con quella mentale. Percorso che, passo dopo passo, mi sta portando verso il futuro che avevo sempre desiderato e, soprattutto, verso la felicità.

Aware2Be  Coaching  

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Questo post ha 1 commento

  1. Nicoletta Quagliarella on febbraio 25, 2015 at 10:16 Rispondi

    Grazie Michela per questa tua testimonianza. L’autenticità e la pulizia con cui descrivi la nostra professione mi dona forza e speranza…quella di puntare sull’essere…innanzitutto il nostro in quanto coach…

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