Empatia e Cappelli!

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cappelli

Mettiti sempre nei panni degli altri, se ti senti stretto probabilmente anche loro si sentono così. Anonimo

Che cos’è l’empatia?

Wikipedia, a mio avviso, analizza il termine in modo profondo e completo ( il grassetto è mio):

L’empatia è la capacità di comprendere appieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa sentire dentro ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana ed animale. Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento. Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo. Essa rappresenta, inoltre la capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra persona. L’empatia è dunque un processo: essere con l’altro. L’empatia costituisce un modo di comunicare nel quale il ricevente mette in secondo piano il suo modo di percepire la realtà per cercare di far risaltare in sé stesso le esperienze e le percezioni dell’interlocutore. È una forma molto profonda di comprensione dell’altro perché si tratta d’immedesimazione negli altrui sentimenti. Ci si sposta da un atteggiamento di mera osservazione esterna (di come l’altro appare all’immaginazione) al come invece si sente interiormente (in quei panni, con quell’esperienza di vita, con quelle origini, cercando di guardare attraverso i suoi occhi).

Per instaurare un efficace relazione di coaching, l’empatia è un aspetto fondamentale in quanto il coachee, sentendosi compreso, aumenta la sensazione di fiducia e si sente libero di esprime quello che in realtà sta provando rispetto ad una data situazione.

Ho sempre creduto che l’empatia fosse innata e quando è stato confermato scientificamente con le ricerche sullo sviluppo dei bambini e la  la scoperta dei neuroni specchio, non mi sono stupita. Sono però convinta che con la crescita, spesso si disimpara  ad essere empatici. Ci si può allenare per riscoprirla.

Ora vi starete chiedendo, ma cosa c’entra l’empatia con i cappelli?

Abbiamo la fortuna di avere tra di noi un uomo eccezionale: Edward De Bono, uno degli studiosi più importanti nel campo del pensiero creativo.

Ebbene, De Bono ha sviluppato la tecnica dei “6 cappelli per pensare“.

Sappiamo bene che il coaching è un metodo che si avvale di svariate tecniche che possono funzionare molto bene in determinati percorsi di coaching, ed essere inutili in altri, quindi quello che vi sto per raccontare può essere utile per me, per alcuni miei coachee e dimostrarsi completamente inefficace per altri. Inoltre il percorso di coaching è un cammino intrinseco di scoperte e sperimentazioni.

Recentemente è venuta da me una coachee, che chiamerò Rachele, la quale mi ha narrato circostanze ed emozioni che non avevo mai preso in considerazione e provato. Completamente fuori dal mio mondo. L’empatia non è mai stato un grosso problema, in quasi tutti i casi sono sempre riuscita ad avviare i processo. Con Rachele proprio non ci riuscivo! Mi rendevo conto che il problema era mio e che stavo creando una relazione di coaching non adeguata. Quasi non riuscivo più ad ascoltarla, figuriamo a sentirla! Mentre Rachele parlava i  miei occhi si sono fissati sulla sua maglietta rossa ed ho avuto come un illuminazione o meglio un’apertura mentale. In pochi istanti mi è venuta alla mente la tecnica dei “6 cappelli per pensare” e ho indossato il cappello rosso! De Bono attribuisce a questo cappello il punto di vista emotivo. Ho fatto qualcos’altro: nella mia mente ho fatto indossare tale cappello anche a Rachele. In pochissimi istanti mi sono sentita finalmente in sintonia con lei, ero riuscita nel processo empatico e naturalmente Rachele se né accorta infatti, interrompendo il suo racconto, mi ha guardata ed a esclamato: ” Lo sento che mi capisci!”…io non avevo aperto bocca!

Questa scoperta mi è piaciuta davvero molto; in una successiva sessione mi sono resa conto che Rachele  raccontava le sue questioni  in modo impersonale, come se il dolore che sentiva non fosse suo, sebbene lo provasse. Ho fatto un esperimento: le ho fatto indossare un capello rosso ( a dire la verità le ho messo in testa un tovagliolo di carta che per caso avevo a disposizione ) per cercare di farla entrare in empatia con le sue stesse emozioni. Devo dire che ha funzionato e le sessioni successive sono state molto produttive.

La teoria dei “6 cappelli per pensare” di De Bono è normalmente una tecnica utilizzata  per osservare un determinato problema sotto diversi aspetti e utilizzare quindi vari atteggiamenti di pensiero.

Cappello bianco: Neutro, indica l’oggettività, la realtà dei dati, sui quali non vi è dubbio.

Cappello verde: è la fantasia, da voce alle idee e alla creatività.

Cappello giallo: positività, coltivare le speranze ed esprimersi con pensieri positivi.

Cappello nero: esamina tutti gli aspetti negativi.

Cappello rosso: punto di vista emotivo.

Ora, spero che De Bono non si offenda ma vorrei aggiungere un ulteriore cappello:

Il Cappello del Coach: questo cappello contiene tutti i colori, in quanto il coach deve avere una visione completa. Questa osservazione inoltre deve essere una specie di “helicopter view”, un esplorazione che si innalza dalla situazione in modo da osservare meglio!

 

 

 



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Questo post ha 6 commenti

  1. Cristina Maffeo on ottobre 21, 2013 at 13:39 Rispondi

    Laura, grazie a te! :-)

  2. Laura Marinelli on ottobre 21, 2013 at 12:37 Rispondi

    Non avevo mai pensato di usare i colori dei cappelli nel modo che hai suggerito, Cristina. Ottima intuizione, grazie!!!

  3. FabCip on ottobre 7, 2013 at 22:34 Rispondi

    Chi ammira De Bono ha tutta la mia ammirazione. Grazie e complimenti

  4. Mark Padellini on ottobre 3, 2013 at 19:15 Rispondi

    Complimenti Cristina,

    Il coaching e De Bono un mix molto interessante!!

    grazie, Mark

  5. Diego Dalla Sega on ottobre 3, 2013 at 07:59 Rispondi

    Ma che spettacolo di tecnica Cristina!
    Oggi vado in giro con quello rosso TUTTO IL GIORNO … ne ho bisogno anch’io.
    Un abbraccio e GRAZIE!
    Diego

  6. Antonella Frigato on ottobre 2, 2013 at 19:41 Rispondi

    Ciao Cristina,
    che articolo radioso e che bella esperienza ;-)
    “La creatività ha luogo all’interno della mente dell’individuo come una ricombinazione o sviluppo delle idee, dei contenuti e delle tecniche del pensiero che diventano così oggetti sacri” Collins R., “Interaction Ritual Chains”
    Grazie Coach Cris ;-)

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