Errori, intenzioni e processo di coaching

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L’esperto è una persona che ha fatto in un campo molto ristretto tutti i possibili errori. (Niels Bohr)

L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori. (Oscar Wilde)

Se gli uomini non commettessero talvolta delle sciocchezze, non accadrebbe assolutamente nulla di intelligente. (Ludwig Wittgenstein)

Una cattiva esperienza vale più di un buon errore. (Paul Valéry)

Quelli che non si ritrattano mai amano sé stessi più che la verità. (Joseph Joubert)

E ancora… Errare humanun est… Sbagliando s’impara…

…e chi più ne ha….

Alcune persone hanno talmente paura di sbagliare che preferiscono non agire piuttosto che commettere errori.

Per loro l’errore è qualcosa da evitare assolutamente. Si concentrano sull’obiettivo perdendo di vista il processo.

Ma l’errore può essere fonte di apprendimento. L’errore fa parte del processo di apprendimento.
Sbaglio

C’era una volta un alunno che aveva talmente paura di sbagliare che non interveniva mai quando i suoi insegnanti facevano domande alla classe. Un giorno, dopo tanto tempo, provò ad alzare la mano (con ciascuno dei suoi insegnanti) e fece interventi sbagliati (almeno secondo lui, infatti rimase molto deluso). Ecco le reazioni dei suoi insegnanti:

Insegnante 1: Ridendo di gusto gli disse: “No, John! (nome di fantasia ovviamente). Non è così!”. Continuando a ridere: “Apri la bocca una volta all’anno e solo per dire delle sciocchezze!”.

Insegnante 2: “No, non è così!”. “Ma va bene lo stesso!”. “Cerca di superarla questa tua timidezza!”.

Insegnante 3: L’insegnante 3 ha ignorato la mano alzata di John e, con sua sorpresa, non gli ha dato la parola.

Insegnante 4: “No John, non hai sbagliato!”. “Avresti sbagliato se fossi rimasto zitto!”.

Qual è la reazione che vi ha colpito di più?

In un rapporto di coaching, il coach applica il metodo che permette a lui e al coachee di entrare ognuno nel proprio ruolo e insieme nel processo di coaching. Il metodo serve a questo. Si entra in quest’ottica e cioè in fondo in uno schema mentale… sia pur idoneo a favorire “l’apertura della mente all’intuizione”. Una volta instaurato il processo, la “domanda” giusta per stimolare il coachee non sarà frutto di una elaborazione razionale ma verrà spontanea, sarà cioè molto più probabilmente intuitiva. Non è così?

Quale delle 4 reazioni sopra riportate è quella più idonea ha stimolare il ragazzo a superare la sua paura?

Occorre fare attenzione per non ricadere nella stretta ottica del giusto/sbagliato della premessa. Solo John può sapere l’effetto su di lui delle 4 reazioni. Solo lui può dire quale insegnante è stato più efficace nelle sue intenzioni. Potenzialmente tutte e quattro le reazioni potrebbero essere idonee o anche inutili, o addirittura deleterie. Giusto? Forse conoscere il ragazzo potrebbe aiutarci con un ragionamento a capire quale delle 4 sia la migliore? E forse potrebbe essere utile indagare sulle effettive “intenzioni” che sono dietro alle reazioni di ciascun insegnante? E secondo voi qual è quella sbagliata?

Sono tutti interrogativi inutili se prescindiamo da un determinato contesto. Ma anche in un determinato contesto, non è con il ragionamento che possiamo arrivare a dare delle risposte.

Una volta instaurato il processo di coaching, il metodo non serve più, se non per rientrarci una volta usciti fuori. È qualcos’altro che guida il coach e il coachee: ed è per questo che, in questa fase, il concetto di errore, come nella premessa, non ha più senso. Forse alla fine, l’unico vero “errore”, può essere solo nelle intenzioni.



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