Conoscete anche voi i limiti di una organizzazione „a progetti“?

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organizzazione a progetti

Siamo coinvolti in progetti in qualsiasi posto, per questo siamo così inclini ad accettarli. Al contempo dimentichiamo facilmente che noi utilizziamo i progetti come tentativo disperato per rimediare a ciò che non funziona nell´organizzazione della nostra azienda e per contro ci preoccupiamo del sicuro „ingorgo“ alle normali attività, che ne verrà generato.  

I 3 segni distintivi di una organizzazione „a progetti“.

 

Perché parlo di „limiti“ di questa impostazione?

Perché in base alle mie esperienze posso affermare che:

  • La resistenza aumenta – la resistenza. I progetti vengono spesso condotti da differenti persone ma utilizzando lo stesso processo, lo stesso “metodo” e questa tendenza porta sempre gli stessi risultati, indipendentemente dalla capacità delle persone coinvolte in esso;
  • Lo stress aumenta come conseguenza di una sperimentata corsa contro il tempo. Il lavoratore deve svolgere contemporaneamente il proprio lavoro ordinario, più il progetto che gli è stato assegnato, a ciò si aggiungono anche i meeting aziendali che tolgono ulteriore tempo e creano ulteriore disagio;
  • Molto spesso le aziende tendono a coinvolgere lavoratori di diversi reparti (logistica, vendite, risorse umane, ecc.) nel seguire un progetto che però richiede una preparazione e delle competenze di cui loro non dispongono. Semplicemente perché non è quello per cui sono stati impiegati e formati. Questo porta come logica conseguenza a un risultato non ottimale. Non perché i lavoratori oggi siano peggiori ma perché non sono conformemente organizzati e guidati.

 

Forza lavoro peggiore? O errata organizzazione?

Io non sostengo per niente una organizzazione e una struttura manageriale che sviluppa questa tesi.

“Immaginiamo di andare a sbattere con la nostra auto contro una roccia e come conseguenza danneggiare il nostro veicolo, ebbene non possiamo sostenere che sia stata la roccia a provocare il danno ma noi che le siamo andati contro”. Non sono naturalmente i lavoratori „in sé“ incapaci ma, a mio avviso, dovremmo guardare a noi stessi e domandarci se potessimo agire in un´altra maniera, in modo da organizzare le cose in modo diverso per evitare di “sbattere contro l´iceberg verso cui ci stiamo dirigendo”.



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