Il Metodo Gordon – la relazione empatica al centro della vita.

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Tra i tanti studi sulle tecniche CNV effettuate in questi anni, ho spesso voluto approfondire il  Metodo Gordon, che mette al centro della vita l’importanza di una relazione socio-affettivamente favorevole.

 

Ma partiamo dall’inizio: chi è Thomas Gordon?

 

Thomas Gordon era uno psicologo ed educatore americano, candidato per tre anni di fila (‘97/’98/’99) al premio Nobel per la Pace – realizzatore del modello atto a facilitare lo sviluppo di relazioni sane, empatiche e durature, basato anzitutto sulla reciproca soddisfazione dei bisogni ed alla risoluzione pacifica dei conflitti.

 

Verso gli anni ’70 rivede il metodo adattandolo al rapporto parentale genitori-figli ed inizia ad applicarlo con successo all’ambito dell’istruzione.

 

Siamo ad oggi consapevoli di quanto la creazione di un’atmosfera socio-affettivo-relazionale positiva sia una condizione sine qua non per potenziare l’apprendimento in fase di crescita e di sviluppo, ed un contributo fondamentale in questa direzione ci è stato regalato proprio dagli studi di Gordon.

 

Perché il Metodo Gordon è affine al Coaching?

 

Già dai primi scritti di Gordon vediamo una stretta correlazione sul metodo: Gordon vede sia l’insegnante che il genitore come un FACILITATORE.

 

Il bambino/ragazzo, proprio come una Ghianda (daimon) ha già in sé tutte le potenzialità per diventare una maestosa quercia.

 

L’adulto, quindi l’insegnante od il genitore, si presta a facilitare l’apprendimento – questo metodo si differenzia dal modello educativo classico poiché l’apprendimento nel bambino è autogestito, atto a sviluppare nello studente una maggiore comprensione di sé stesso per meglio formarsi e potenziare le proprie unicità.

 

Queste unicità ed abilità, una volta acquisite, possono inoltre  contribuire a creare una forma di relazione interpersonale ancor più pacifica e  collaboraiva.

 

Nel processo dell’apprendimento è utile vedere l’insegnamento come RELAZIONE di ciascuno con il prossimo (insegnante/studente – genitore/bambino) e non assolutisticamente come passaggio di informazioni o di consegne dall’adulto al bambino.

 

Il ruolo del facilitatore in questo è molto simile al ruolo del Coach: il Coach sa di non sapere, e facilita l’espressione delle potenzialità del proprio Coachee.

 

Il Coach sa che in ogni Coachee c’è una Ghianda pronta a crescere, ed è innanzitutto un ottimo comunicatore – sostiene senza giudizio lo sviluppo e la crescita del Coachee.

 

In quanto tale, il facilitatore nel metodo Gordon deve avere due competenze basilari di fondamentale importanza: l’ascolto ATTIVO ed il messaggio IO.

 

L’ascolto attivo come sappiamo è molto più di un ascolto attento – è una centratura completa che il Coach dedica al suo Coachee, rivolgendo testa, cuore ed orecchie al proprio Coachee, che prevede feed-back di ritorno e comprensione in assenza di giudizio verso il proprio Coachee.

 

La tecnica del MESSAGGIO IO, che possiamo far utilizzare al Coachee rispetto ad una crisi di autogoverno, in ambito di work-in o work-out, consiste nel comunicare all’altro come ci si sente in una determinata circostanza, od all’interno di una determinata convinzione, ed in che modo questo ci fa’ star male.

 

Per esempio, esprimere un disagio può avvenire nel giudizio: “tu non mi ascolti mai, sei sempre con la testa per aria, non mi ascolti mai e così mi svaluti” (aggressione di pancia che porta ad uno scontro quasi sicuro)  o può avvenire nell’ambito di una relazione efficace: “mi sento triste quando non mi ascolti, poiché mi sento ignorato”.

 

 

Sicuramente la seconda modalità induce al DIALOGO, al confronto, ed al non-scontro.

Sulla prima… penso che già leggendo la frase, a molti di noi venga un brivido di nervi a fior di pelle. E’ la base per lo scontro.

 

Il Metodo Gordon si basa inoltre sulle seguenti risorse:

 

  • Ascolto attivo
  • Congruenza
  • Espressione senza giudizio dei propri bisogni
  • Collaborazione per la ricerca della risoluzione del conflitto

 

Si sviluppa inoltre in sei step principali:

 

  • Definire la criticità in termini di bisogni, motivazioni ed obiettivi precisi
  • Vagliare le soluzioni possibili
  • Scegliere le suddette soluzioni tramite l’uso delle proprie risorse ed unicità
  • Dettagliare un piano d’azione efficace
  • Stabilire i criteri per capire se il piano d’azione si è effettivamente rilevato efficace

 

Appare chiaro e netto anche qui il collegamento tra Coaching e Metodo Gordon: dall’ascolto attivo alla stesura del piano di azione, alla rivisitazione di esso e dei risultati ottenuti.

 

L’allenamento nel Metodo Gordon, come nel Coaching,  è basiliare –  non è una pratica che si può improvvisare dall’oggi al domani:  richiede tempo, sbagli e cadute.

 

Concludendo, il Metodo Gordon affiancato al Coaching può essere la spinta in più per limitare i conflitti, capire veramente i nostri bisogni e quelli dei nostri Coachee, facendo sì che il Coachee li possa utilizzare come strumento utile nella relazione con sé stesso e con gli altri.

 

Per vivere meglio, più sereni, accettando prima di tutto noi stessi come essere unici rispetto alle nostre potenzialità ed alle nostre eccellenze, ma anche verso le nostre aree di  miglioramento.



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