Non c’è tempo per…

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Fin dal linguaggio del nostro tempo – «Non ho tempo per… Appena ho un attimo… Recuperando il ritardo… Devo essere al tempo qui e là… Finire in tempo… Se avessi un’ora in più…» e ancora «Il tempo è denaro… Chi ha tempo non aspetti tempo… Ogni cosa ha il suo tempo… Il tempo è la vera ricchezza…» – il tempo degli orologi e il tempo dell’anima tengono troppo spesso il giogo delle azioni possibili, rallentano lo sviluppo del potenziale e ancorano le nostre decisioni rendendoci liberamente obbligati dal senso soggettivo del tempo interiore e oscurando la visione progettuale del futuro.

Buio. E caos. Una crisi nel governo di sé stessi, della propria persona, nella vita personale o nella vita professionale è spesso accompagnata da tale sensazione di buio. Una condizione in cui non si vede l’orizzonte del futuro, né le risorse del presente e del proprio passato. E in cui il presente si mostra come un caotico sovrapporsi di ostacoli e di opportunità perdute, in un vorticoso precipitare nel tempo che passa e a cui si cerca solo di sopravvivere.

Nella quotidiana lotta contro Caos, a partire da una razionalizzazione estrema degli spazi e dei tempi di percorrenza relazionale delle distanze che ci separano gli uni dagli altri, che definiscono i luoghi vicini da quelli lontani, che obbligano le distanze tra un dove e un quando, ognuno di noi sublima l’arte del controllo illusorio dell’indaffarato Cronos, del tempo contaminato, spesso rassegnato al ritmo della propria vita e a quello del proprio lavoro, inerme e sconfitto, come se l’orologio fosse regolato da qualcun altro.
Uscire da questi ingranaggi cronometrici permette di prendere maggiore consapevolezza di sé e dei propri ritmi di vita e di lavoro per poterli gestire, in modo non (s)contato.

Inoltre, il concetto di tempo è paradossale in sé. Non che di altri concetti non si possa dire lo stesso, tuttavia il tempo è sfuggevole ad una interpretazione univoca: oggi misuriamo il tempo con una precisione impressionante. L’UTC, Coordinated Universal Time, è misurato con un margine di errore di 1 secondo ogni 10.000.000 di anni. Ma noi, oggi, ancora non sappiamo definire né il tempo né le sue caratteristiche con altrettanta precisione. E tale difficoltà emerge sempre più spesso nelle esigenze dell’autogoverno.

Di più: nel rapido mutare di tutto ciò che lo circonda, oguno di noi è un anacronismo vivente, come ci hanno descritto Zimbardo e Boyd (2008). In condizioni normali, infatti, reagiamo a uno stimolo in 250 millisecondi. Ovvero, un quarto di secondo (un “ciclo” o hertz). Ciò significa che viviamo nel passato, o almeno con duecentocinquanta millisecondi di “ritardo”. Quando una cosa accade, ci mettiamo un quarto di secondo per registrarla (e ancor di più per “percepirla”). E per comprenderla?

Se apparentemente può sembrare cosa poco importante questo quarto di secondo – «Non ho tempo per… non è certo un attimo (o un quarto di secondo) che mi farà perder tempo…» – si consideri invece che il tempo che ci mettiamo per pensare è caro, prezioso. E quindi tendiamo a non sprecarlo. È quella che si chiama «avarizia cognitiva» e che conduce alle scorciatoie del pensiero, strategie euristiche per trovare una soluzione impiegando meno energie mentali per un risultato soddisfacente. E per stare… al passo col tempo della nostra mente, delle sue decisioni e delle sue visioni.

Da qui l’importanza che, di fronte alla gestione del tempo del coaching, il Coachee abbia la possibilità di ampliare il suo spazio protetto, il suo tempo dilatato e dilatabile in cui vivere profondamente l’hic et nunc della relazione di Coaching. Perché il tempo che dedichiamo alla cura di tale relazione è “caro” anche e soprattutto in forza del suo essere – oggi più di sempre – un lusso in cui, “estratti” dalle contingenze personali e professionali del momento, il Coachee può prendersi cura di sé senza guardare le lancette dell’orologio, senza il peso del «non dover perder tempo» in uno spazio e in un tempo per sè e per il suo futuro.

Cronos ti regala un’ora in più, a tua completa disposizione. Cosa fai in quest’ora? Come trascorri questi 60 minuti ricevuti in dono?



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Questo post ha 4 commenti

  1. Lorena Scuccimarra on ottobre 10, 2018 at 10:45 Rispondi

    Grazie Massimo! Bellissimo il concetto dei 60 minuti ricevuti in dono, facciamo fatica a vedere il tempo che dedichiamo a noi stessi come un dono… molto bella e pacificante questa idea da proporre al Coachee.

    • Massimo Bustreo on ottobre 11, 2018 at 07:27 Rispondi

      Grazie Lorena.
      E come in tutte le relazioni donatorie, quando riceviamo qualcosa in dono siamo in debito e questo ci mette nella condizione di “dover” – secondo quello che io definisco l’esser “liberamente obbligati” – scegliere se, come e quanto ricambiare. Anche nella gestione del tempo soggettivo.

  2. Denis Biliato on ottobre 3, 2018 at 12:54 Rispondi

    Molto bello il tuo post sul tempo. Mentre lo leggevo prendeva forma in me l’idea che il tempo e quindi il suo controllo, la sua gestione e la sua misurazione nei più svariati contesti, fosse quasi un assillo agli occhi dell’uomo, fosse quasi un’entità da domare, imbrigliare e governare. Da qui l’immagine che ne è scaturita è stata quella di una vera e propria identità e se paradossalmente anche l’uomo in senso lato, identifica il tempo come entità, potrebbe arrivare a farlo anche come forma di deresponsabilizzazione, dando al tempo la colpa dell’insuccesso o del mancato successo, sia una cosa banale limitata in un contesto ben preciso sia in termini assoluti legato all’intero ciclo della propria esistenza.
    Se fosse realmente così, che diamo al Tempo la responsabilità di un nostro insuccesso, quanto realmente una persona sarebbe disposta ad accettare che è realmente possibile gestire il Tempo e quindi è realmente possibile raggiungere i propri obiettivi senza dover fare i conti con il Tempo?
    Quante persone sarebbero disposte a prendersi la responsabilità di essere loro a non saper gestire il Tempo?
    Sicuramente chi intraprende un percorso di coaching, un percorso quindi che mira a responsabilizzarsi e a saper trovare le soluzioni basandosi sulle proprie potenzialità, affronterà il Tempo non più come una entità, ma affronterà il tempo come una variabile, che tenderà a ridefinire in qualità di costante, nella propria vita.
    Togliendo l’anima al Tempo e rendendolo semplicemente tempo e dovendosi riaccollare nuovamente la responsabilità della gestione della propria vita è molto probabile che l’unico orologio realmente contemplato ritorni ad essere quello biologico.
    Si parla e si scrive tanto sulla gestione del tempo, soprattutto in ambito aziendale, però se ci soffermassimo realmente a comprendere come identifichiamo il tempo a livello personale e soggettivo, probabilmente sarebbe più semplice trovare il nesso causale che collega la nostra insoddisfazione o insuccesso (temporalmente definito) al tempo, ed oggi leggendo il tuo post ho avuto modo di riflettere proprio su questo tema, per cui, grazie della condivisione.

    • Massimo Bustreo on ottobre 3, 2018 at 13:51 Rispondi

      Grazie Denis.
      È dai tempi delle clessidre, ovvero di quell’invenzione che fin dall’origine il suo inventore ha chiamato “ruba-acqua”, che si tenta di manipolare il tempo, di controllarlo, di misurarlo a proprio vantaggio. Questione di (antica e atavica) responsabilità personale, quello dell’amministrazione del tempo!

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