Oltre le Leggi del Desiderio … riflessioni di una Coach

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LeggiDelDesiderio

 

La settimana scorsa ho visto il film di Silvio Muccino “Le leggi del desiderio”, non potevo non farlo, vista la mia professione di Coach, prevalentemente in ambito aziendale, ma non solo.

Per chi non l’avesse visto una sintesi della trama: Giovanni Canton è un life coach di successo, giudicato alternativamente profeta o ciarlatano, pagliaccio o portento, che decide di lanciare un concorso televisivo in cui tre persone verranno selezionate ai casting per diventare sue cavie he in sei mesi il Coach porterà a conseguire i successi che desiderano. I tre selezionati sono: Giovanni, un sessantenne disoccupato in cerca di impiego, Serena, una cinquantenne segretaria in Vaticano con la passione per la scrittura di romanzi soft porn, e Matilde, una trentenne editor e amante del suo capo, che guarda caso è anche lo sponsor del concorso.

 Che dire?

Intanto che il film è carino, ironico, divertente, a tratti davvero comico, comunque positivo!

Rispetto al coaching, invece, direi che il modello proposto non si avvicina per niente a quello che intendo e pratico io.

Tra le numerose definizioni del coaching, giusto per citarne alcune, possiamo ricordare quella di uno dei suoi fondatori J. Whitmore:

“processo di responsabilizzare gli altri (…) accompagnare la persona verso il suo massimo rendimento attraverso un processo autonomo di apprendimento” (J. Whitmore, 1997),

ma anche quella di L. Borgogni e L. Petitta:

“processo di supporto alla crescita personale, che a partire da una riflessione sui punti di forza e sulle aree critiche del coachee, individua un traguardo di apprendimento da raggiungere e dei piani d’azione concreti finalizzati al successo del percorso di crescita”.

O ancora, quella di AICP (Associazione Italiana Coach professionisti):

“un metodo di sviluppo delle potenzialità dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni che ha come fine ultimo l’alleanza con il proprio cliente nel percorso della sua autorealizzazione

Nel film non ho visto le “4A” del coaching:

ACCOGLIENZA: fondamentale per una relazione efficace, scaturisce da alcuni elementi che caratterizzano la relazione: assenza di giudizio, rapporto sereno e consapevole con il tempo, capacità empatica, accoglienza di sé;

ASCOLTO: favorisce la raccolta di informazioni e consente di assumere il punto di vista del coachee;

ALLEANZA: con il cliente, atteggiamento di fiducia incondizionata verso il coachee, senza se e senza ma …

AUTENTICITA’: del coach che mostra coerenza, congruenza e non ambiguità e manipolazione.

Non ho visto perseguire dai coachee OBIETTIVI SMARTER:

SPECIFICO: definito, chiaro, concreto;

MISURABILE: misurato, monitorato;

ATTUABILE: realistico, raggiungibile;

RILEVANTE: importante, utile, stimolante;

TEMPORALE: definito nella tempistica;

ECOLOGICO: coerente con contesto, identità, valori;

REGISTRATO: scritto, responsabilizzante.

Anche senza approfondire … le differenze con il “coach” Giovanni Canton … paiono evidenti.

Mi pare più un “motivatore”, un “guru” direttivo che dà consigli.

Non ho visto molta accoglienza, accettazione, neutralità, domande, piuttosto molti “ordini”. Forse sono più “coach” Silvana e Matilde … la forza e l’equilibrio delle donne? Mi piace pensarlo … in questi giorni di Festa per le donne!

Insomma, il film non fa proprio una bella pubblicità alla professione, ma se si va oltre le apparenze lascia comunque qualcosa di positivo, uno stimolo alla cura di sé, al cambiamento, la sensazione che si può cambiare … MAGARI ACCOMPAGNATO DA UN ALTRO TIPO DI COACH!

Per chiudere una bella citazione di Jane Turner (sempre una donna ..):

“Né psicoterapeuta né giudice, ed ancor meno consigliere e formatore, il Coach, artista del far domande e del riflettere, gioca un ruolo di specchio e di catalizzatore. Creatore di una sinergia positiva, offre alle persone accompagnate uno sguardo nuovo su se stesse e sulle situazioni che affrontano, aiutandole così a migliorare la loro performance, incoraggiandone al tempo stesso l’evoluzione personale e professionale”

Per approndire il trailer del film e l’intervista a Silvio Muccino:

https://www.youtube.com/watch?v=3h3RhpREWX4

 

http://www.lastampa.it/2015/02/25/multimedia/spettacoli/silvio-muccino-il-mio-film-mio-fratello-e-lelogio-del-pudore-PPdIdJ5VZgAYlIcwaXkvtK/pagina.html



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Questo post ha 6 commenti

  1. Mauro on marzo 16, 2015 at 13:21 Rispondi

    Deborah, ti ringrazio di aver scritto questo articolo… avevo colto le stesse osservazioni e obiezioni. Personalmente ciò che più mi ha colpito è la mancanza quasi totale di quall’AUTODETERMINAZIONE del coachee, che è una delle fondamentali distinzioni del coaching da ogni altro approccio sia esso terapico o non.

    • Deborah on giugno 13, 2016 at 14:05 Rispondi

      Grazie Mauro, concordo!

  2. marco on marzo 12, 2015 at 10:28 Rispondi

    ciao Deborah
    Grazie dell’ Articolo, molti colleghi mi hanno chiesto : ma tu fai il mestiere di Muccino..?
    Fà chiarezza!! ti chiedo se posso postarlo sul mio profilo FB? naturalmente citando la fonte
    ciao
    MArco

  3. Roberto on marzo 11, 2015 at 10:57 Rispondi

    Condivido ciò che hai scritto si denota nel film che il regista e gli attori appaiono un po’ anonimi rispetto ai percorsi di coaching mi aspettavo di più da film in termini di empatia e intelligenza emotiva e nella descrizione della gestione della vita del live coach affetti,lavoro,rete relazione, coraggio, induzione al cambiamento personale e ha trasferirlo ai coocher

    • Deborah on marzo 11, 2015 at 14:08 Rispondi

      Grazie Roberto.

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