E SE IL COACHING FOSSE UNA “TERAPIA”?

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“Niente di tutto ciò che abbiamo immaginato è oltre il nostro potere: è soltanto oltre la nostra attuale conoscenza di noi stessi”. Theodore Roszak

Grazie per questo spazio offerto alla libera espressione, alla creatività, alla necessità di  senso e significato delle cose.

Sono un medico. Per me non ci sono clienti ma solo pazienti. E sono un coach.

Come è possibile, qualcuno può pensare? Quale relazione può esistere tra la figura professionale del medico e quella del coach?

La parola chiave è: integrazione.

Premetto che quando mi sono iscritta alla scuola di coaching , dopo essermi documentata sulla materia e averla trovata molto stimolante, mi aspettavo di incontrare qualche collega. Tali erano le mie aspettative in base all’idea che mi ero fatta e cioè che  il metodo del coaching  sia altamente consigliabile a qualsiasi paziente ed anche a qualsiasi medico.

Oggi che ho terminato i miei studi, penso la stessa cosa. Anzi sono sempre più convinta, in base all’ esperienza con i miei pazienti,  che il coaching faccia molto bene alla salute.sessioni

Al momento attuale sono ancora l’unico medico-coach che conosco ma sono certa che sarà così ancora per poco tempo!

A tale proposito lancio qui un appello: se esistesse qualche altro medico innamorato del coaching , come me, sarei felice di iniziare un dialogo costruttivo e certamente innovativo sul valore del coaching come metodo trasversale.

Per spiegarmi meglio trovo opportuno riportare la definizione di salute proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “… salute significa benessere integrale fisico, psichico e sociale”.

È innegabile che la crisi di autogoverno, che ispira la domanda di coaching da parte del coachee, sia una temporanea negazione del concetto di salute, così come elaborato dalla OMS.

Di fatto una crisi di autogoverno comporta alterazioni dell’equilibrio psicofisico e ha anche ripercussioni sulle relazioni sociali del coachee: è insomma una temporanea “eclissi di salute”.

Se non recuperata entro certi tempi, una crisi di autogoverno può esitare in distress e disfunzioni. Sul ruolo del distress nell’innesco del meccanismo patogenetico esistono ampie documentazioni in letteratura scientifica.

È ragionevole pensare che, se il coaching è un metodo per affrontare la crisi di autogoverno, è necessariamente anche qualcosa che contribuisce a “ricondurre alla  salute”, in altri termini a “risanare, curare”.

E tutto ciò che riconduce alla salute è “terapeutico” nel senso originale del termine greco terapeia , che non definisce un atto tecnico bensì  significa con più ampio respiro “dedicarsi a”.

Trovo  molto interessante che termini come “guarire, guarigione” e “cura, curare” abbiano la stessa radice etimologica di “vedere, osservare, conoscere in base all’osservazione” nonché di “avere cura, prendersi cura”, (a tale proposito cfr: il sanscrito sarva-tati, salute – il greco horao, io vedo,osservo- il latino servire, servire, avere cura; servus, colui che veglia, servo – l’inglese ward, guardia- il francese guérir guarire)

È  come dire che salute, cura e guarigione hanno a che fare con l’osservazione di se stessi, con l’attenzione verso se stessi, con la conoscenza di se stessi, in una parola con la coscienza o la consapevolezza di sé.

È tutto molto “coaching”, non trovate? I punti forti del metodo (auto-osservazione, cura di sé, sviluppo delle potenzialità, acquisizione di competenze, capacità  di definire e realizzare i propri obiettivi ecc…) sono anche i punti forti per il recupero della salute globale, fisica, mentale e spirituale.

Il metodo coaching potrebbe essere una terapia per sani, espandendo un concetto introdotto dal filosofo americano Peter March ed applicato al counseling e alla figura del consulente filosofico, già introdotta in alcune esperienze sanitarie italiane? Molti coach la pensano già così. E per i malati? Per coloro la cui crisi di autogoverno si chiama malattia? che cosa potrebbe significare per costoro il supporto di un medico-coach?

Immagini di un futuro che è già oggi? Il fatto è che il metodo coaching  può essere interessante per molti medici, soprattutto per coloro che abbracciano uno spirito umanistico, che considerano valide anche le prove empiriche della Evidence Based Medicine, che rispettano e onorano i valori della dignità e della nobiltà di una “ vocazione terapeutica”, cioè “dedicata a”.

Io sono uno di quelli .

Al riguardo ho un obiettivo e un piano d’azione e ve ne parlerò.

Un pensiero speciale agli ottimi Maestri e agli ottimi compagni di viaggio della scuola di coaching. Se oggi ho una nuova possibilità evolutiva lo devo a tutti loro. Perché mi hanno sempre incentivato ad applicare le mie potenzialità, che si collegano tutte alla virtù della Trascendenza.

Immaginandovi sorridere come sto facendo io,  vi auguro di cuore salute e prosperità

Silvia Isadora Calzolari

 



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Questo post ha 2 commenti

  1. Deborah on luglio 2, 2014 at 11:33 Rispondi

    Brava Silvia,
    ci vorrebbero molti altri medici (e coach!) come te.

  2. Marina on luglio 2, 2014 at 10:47 Rispondi

    Ciao Silvia, io sono un medico che come te è diventata coach professionista e ne sono entusiasta.
    Io parto già da un pensiero molto umanistico della medicina, poichè, dopo essere stata molto cartesiana, in quanto ho una specialità in patologia clinica con indirizzo biochimico e tossicologico e 12 anni di esperienza in laboratorio analisi, sono diventata un’omeopata unicista e anche omotossicologo, con una visione unitaria della persona, che ha le sue potenzialità e che con l’omeopatia io vado a stimolare sui vari piani, fisiologico e mentale.
    Il coaching è il completamento del mio lavoro, è dare voce a ciò che faccio da 14 anni: il medico omeopata nutrizionista, perchè ovviamente per me il cibo è terapia e quindi sono diventata anche nutrizionista.
    Mi sono resa conto che prima nell’ambito delle mie visite omeopatiche già mi insinuavo nel territorio del coaching, ma non ne conoscevo la struttura che ora invece formalizzo e condivido con i miei pazienti e sono più sorridenti di prima !
    Spero che la mia testimonianza spinga altri colleghi a conoscere e praticare il coaching, e penso che il coaching aiuti a uno stato di benessere che significa per me, nell’armonia dell’Universo, più pace.
    Un abbraccio
    Marina Covelli

  3. Franco Rossi on maggio 3, 2014 at 10:33 Rispondi

    Grazie Silvia,
    il tuo articolo e soprattutto il tuo interessante sguardo sulla professione del medico osservata (e direi anche vissuta) con gli “occhiali” del coach darà – ne sono certo – nuova linfa alla ricerca e nuovi confini al coaching.
    …piccoli passi fanno lunghi viaggi!
    Un abbraccio. Franco

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